#IoRestoaCasa

La strada davanti a me è deserta. Scendo a piedi da una strettoia e la vista si apre sulla via che attraversa il ponte, ampia, libera, silenziosa. Lo sguardo scorre indisturbato sugli incroci, le aiuole, i marciapiedi, scivola fino all’orizzonte senza incontrare anima viva. Che privilegio, penso, poter vedere la città sollevata dai rumori, dal traffico, dal peso degli umani. Modalità notte fonda, ma in pieno giorno. Marzo che sboccia sulle isole spartitraffico, i semafori verdi, poi gialli, poi rossi per nessuno.  Cammino veloce, vado verso il supermercato di là del ponte, la lista della spesa in tasca. “Comprovate necessità” mi legittimano a stare sulla strada, altrimenti bandita dai decreti restrittivi. Ricordati lo scontrino, mi dico, se la polizia ti controlla, lo chiederà sicuramente. Scorgo in lontananza una sagoma alla fermata di fronte al bar, chiuso anche quello, come tutto il resto. Ecco, guarda, un’altra coraggiosa con le borse della spesa, penso, sfida il deserto urbano, attende l’autobus. Passerà? O anche i mezzi pubblici sono in isolamento? La signora si arrabatta intorno alle sportine di plastica sparse un po’ a terra, un po’ sulla panchina, un po’ in bilico sulla bicicletta. Ah cara mia, abbiamo esagerato con le scorte eh?! Ora le tocca aspettare l’autobus, con tutte quelle borse! Intanto il mio tragitto mi porta più vicino. Dipanandosi dalla nebulosa del mio astigmatismo, le sportine diventano lise e unte, annodate alla buona, tutte uguali con un’anonima scritta blu, che supermercato sarà mai… e che modo sciatto d’imbustare la spesa… Mi avvicino ancora, metto a fuoco meglio, la signora è arruffata, trasandata, mi raggiunge un odore sgradevole mentre si affaccenda a radunare le sportine con cura meticolosa. Come fossero cuccioli indisciplinati, controlla che nessuna manchi alla conta. Messe al sicuro le grame masserizie, si avvicina all’insegna dell’autobus. Controllerà gli orari, mi dico, costretta dalle circostanze a tornare a casa come può. Una casa che m’immagino vecchia, umida, con lo stesso odore di stantio. Ma giunta sotto l’insegna, non alza la testa verso la tabella delle corse, l’abbassa invece verso il cestino, si mette a rovistare. Anche i cestini oggi sono vuoti, la signora non ci trova nulla da raccogliere, solo un sacchetto bianco, tutto strappato, vuoto anche quello. E mentre rovista, vedo una pozzetta formarsi per terra, sotto la lunga sottana nera, un rivoletto giallognolo e gramo pure quello, che scorre sull’asfalto, tra il marciapiede e la strada, tra i piedi che si allargano leggermente per fargli spazio. Realizzo tutto in quel preciso istante: la casa, la strada, i barboni, resto a casa, niente casa. I barboni, le barbone. Proprio loro, gli invisibili. Ma certo, e dove altro potrebbero stare? Dove sono sempre stati, marginali, eccentrici e fuori luogo, a casa negli interstizi della città, nascosti dal traffico, dal viavai quotidiano, dal calpestio di piedi indaffarati, dal brusio urbano. E ora che il virus ha chiuso i bar non c’è nemmeno più il lusso di una brioche avanzata, di pane vecchio e lattine mezze vuote, sono avari pure i cestini. Così, mentre le passo accanto nel mio tragitto verso il supermercato, i nostri corpi per un attimo si scambiano di posto. Il suo restituito alla vista dalla città deserta, tornato improvvisamente visibile, il mio che si fa trasparente per lasciarle almeno l’intimità del momento, mentre il rivoletto giallognolo si esaurisce e io penso all’ironia delle “comprovate necessità” che per un fuggevole istante ci hanno messo sulla stessa strada.

Foto di Andreea Popa dal sito unsplash.com
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