Stanza 12

Lucia non si guarda allo specchio, prima di uscire. È agitata, ha fretta, e anche se non avesse fretta preferirebbe comunque non vedere la ricrescita bianca di due centimetri, il colore opaco della pelle, la piega all’ingiù che hanno preso gli occhi e la bocca.

Ha indossato una camicia a caso, quella azzurra con il colletto alla coreana, e sopra un cardigan di lana leggera, l’ultimo regalo che sua madre le ha fatto prima di perdere del tutto la memoria e cancellare compleanni, figlie, nomi, date. Adesso sua madre si ricorda solo di aver avuto una madre, che invoca di notte nei sogni, e un padre. Papà, dice ogni tanto, portami a casa.   

Lucia è pronta, controlla di aver messo in borsa i guanti monouso e la mascherina, le pare di avere la bocca riarsa e allora beve un sorso d’acqua. Ha lo stomaco contratto, il respiro un po’ corto. È l’ansia, lo sa bene ormai, le monta quando si mette in coda per entrare al supermercato, quando torna a casa e si ritrova da sola, quando deve registrare una lezione e si muove insicura sulla piattaforma della scuola. Prova a perdonarsi, non sono mica una nativa digitale io, pensa. Però intanto ha la sensazione che i suoi trent’anni di carriera da insegnante si siano incagliati tra un webinar e una google suite, si scopre imbranata, incompetente, si dà dell’incapace.

Tre giri di chiave, scende le scale, raggiunge il parcheggio condominiale all’aperto, che a mezzogiorno è sempre vuoto e che invece da giorni è pieno zeppo di macchine immobili, sembrano scarabei lucidati dal sole di marzo.

Sta per chiudere la portiera, sente il rumore di un’auto in movimento lungo la strada che costeggia il suo condominio e il rimbombo di una voce che da un altoparlante ripete state a casa, messaggio del sindaco, state a casa, fatelo per voi e per gli altri, uscite solo per reale necessità, grazie.

La gola le si stringe, fruga nella borsa, cerca l’autocertificazione, eccola. Le sembra tutto a posto, ha barrato la casella Reale necessità e ha scritto in stampatello, a fianco: assistenza a Franca Silvestri (mia madre) in ospedale. Non ha mai preso una multa in tutta la sua vita, la sola idea di essere fermata le mette sgomento.

Oggi fanno dieci giorni che Franca Silvestri, ottantanove anni, ex maestra, demenza senile avanzata, creatinina alle stelle, è in geriatria. E fa una settimana che Lucia e sua sorella Marta non la vedono.

All’inizio è andato tutto come negli altri ricoveri: lei e Marta si sono date il turno per non lasciarla mai sola, notti comprese. Anche a casa si sono sempre occupate loro di tutto, negli ultimi anni: lavarla, imboccarla, rinfrescarle il collo con le salviette profumate alla lavanda, preparare alla sera i mucchietti di medicine da darle il giorno dopo. Ogni tanto si sono sentite scippate della loro vita in questa dedizione assoluta, è vero, però quella è la loro madre, e la amano e ogni tanto la odiano, ma soprattutto la amano. Anche quando lei le guarda confusa e chiede: chi siete?

Al terzo giorno di ricovero Lucia ha saputo che non avrebbero più potuto assisterla. Questioni di sicurezza nei reparti, contenimento dei contagi, la dottoressa era stata gentile e ferma nel dirglielo, aveva gli occhi senza un filo di trucco, si appoggiava al muro del corridoio mentre parlava. Le era sembrata stanca, non l’aveva voluta tormentare con domande che le erano parse inopportune (chi le bagna le labbra quando ha sete?). Però da quel momento, ogni giorno di più, le è venuto quel dolore che la stringe dappertutto. Chiama in ospedale al mattino e alla sera, le dicono: è stazionaria, grave, ma ha il cuore forte. Allora a lei è presa questa cosa di parlare a sua madre da lontano, ad alta voce, in casa da sola. Le dice: mamma, come stai, hai freddo, ti pettino? Quando va a letto non dorme. Non mangia quasi più nulla. La invade la paura di non poterla rivedere neanche una volta, mai.

Mette in moto, esce dal parcheggio. Sta attenta a non superare i limiti di velocità, anche se vorrebbe accelerare. Dopo poco incrocia un uomo con un sacchetto giallo del supermercato, poi un furgone, poi una ragazza e il suo cane al guinzaglio, poi più nulla fino al semaforo che regola la statale. Il glicine della casa che fa angolo non dà segni di fioritura. Oltrepassa un’infilata di negozi e bar chiusi, solo un’edicola è aperta.

Si accorge che sta piangendo.

Arriva al piazzale asfaltato dell’ospedale, spegne il motore, indossa i guanti e la mascherina, asciuga le lacrime con un fazzoletto di carta che poi lascia sul sedile a fianco, scende dall’auto e cammina veloce verso l’entrata.

Signora, è meglio se viene a salutare la mamma, le hanno detto stamattina al telefono. Lo dica anche a sua sorella, ma non venite insieme, si è raccomandata l’infermiera.

Scende aria fredda dal Grappa, si infila tra i tendoni blu della protezione civile montati vicino al Pronto Soccorso. Lucia li oltrepassa quasi correndo, arriva agli ascensori. Quattro o cinque persone sono in attesa, mascherine e guanti e tutto, un uomo ha gli occhiali appannati. Si sente il dlin del primo ascensore che torna al pianoterra. Lucia ha le mani sudate. Per favore, e non capisce come faccia ad uscirle la voce, posso entrare per prima? Scusatemi, mia mamma è lì che mi aspetta. L’uomo con gli occhiali fa segno di sì, una ragazza scura di pelle dice: Certo, saliamo in due. Gli altri dopo, va bene?

Si sistemano agli angoli opposti. La ragazza esce al quinto piano, Lucia al decimo.

La stanza è la dodici, lei è lì davanti e si sente il cuore nelle orecchie, entra, sua madre è assopita. Si avvicina, le prende una mano, il tepore filtra attraverso la gomma sottile del guanto. Non sente più quella cosa in gola, neanche nello stomaco.

Sono qui mamma, le dice sottovoce.

Foto di Emma Bernardi
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