Improvvisamente non c’era più…

Improvvisamente non c’era più.

Doveva potare l’ulivo, sistemare il taglia erba, controllare il rubinetto che perde, ma improvvisamente non c’era più.

E lo abbiamo potuto salutare, lo abbiamo potuto accarezzare, lo abbiamo potuto baciare, lo abbiamo potuto sentire ancora, gli abbiamo potuto sistemare il ciuffo ribelle, gli abbiamo potuto far ascoltare la sua canzone preferita, leggere.

La pagina del Vangelo di quella domenica, raccontargli lo sconcerto dei bambini e il nostro e la nostra disperazione.

Lo abbiamo potuto accompagnare fino a quella tomba in collina, in tanti, insieme e con tutto il nostro dolore e la nostra disperazione condivisa con abbracci, strette, carezze, tentativi di consolazione.

Ora non si può più ed è grande lo struggimento, il senso di vuoto e il dolore per tutte quelle persone che in solitudine disperata se ne vanno soffocate da un male crudele.

Una vita tolta con sofferenza e senza la possibilità di una mano tenuta, di una carezza, di un ultimo sorriso.

Una morte senza che sia stato possibile farla essere un atto sociale, un momento di comunità condivisa.

Sì, perché la morte non riguarda solo chi la sta accogliendo ma riguarda tutti e in tutti la si dovrebbe vivere per salutare un’esperienza che se ne va, un esempio che non vedremo più, una saggezza che non sentiremo più.

E perché c’è bisogno di consolazione, di pietas, di affetto, di perdono, di lutto insieme.

C’è bisogno che il tuo dolore diventi il mio dolore.

Ecco… questa solitudine ci sta portando via con crudeltà anche la possibilità di fare della morte un momento di vita.

Testo e foto di Matilde Gusso


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: