Scorcio di un mondo in una stanza

I ricordi della vita sociale precedentemente vissuta mi giungono come soffocati, brumosi; come se tra me e loro si fosse interposto un tempo configuratosi in una forma solida, attraverso la quale anche il suono fatica a penetrare. Un giorno passa in un batter d’occhio, ma i giorni sembrano distanziarsi gli uni dagli altri secondo una formula che dilata lo spazio che li separa, così che la somma degli intervalli crea un tempo molto più lungo. Sono passati solo quindici giorni dall’ultimo tè con gli amici di Viaggio in una stanza e mi sembra un secolo fa.

Il tempo ha cessato di essere discontinuo, in realtà credo non lo sia mai stato, ed è diventato un lungo prolungamento di se stesso.

Alcuni giorni fa leggevo un’intervista a un ex carcerato che, in virtù della sua esperienza personale, suggeriva alcune accortezze per affrontare al meglio questo periodo di confinamento. Sosteneva che è fondamentale avere una routine quotidiana alla quale attenersi con rigore e disciplina: svolgere cioè le stesse mansioni, secondo un calendario giornaliero ben preciso, lasciando poco spazio alla fantasia e ai fuoriprogramma. Dapprima ho pensato che fosse tutto sbagliato; era solo il punto di vista di un carcerato (ex carcerato) la cui vita per mesi, forse anni, era stata regolata da norme ben precise la cui osservanza era

ineludibile; che cos’altro avrebbe potuto suggerire? Aggiungere una forma di disciplina volontaria a quella cui siamo costretti mi sembrava un’assurdità. Io, nel frattempo, mi beavo del mio spazio vuoto muovendomi senza cognizione di causa, e mi lasciavo sedurre da ogni piccola cosa che entrasse nel mio campo visivo e che mi portasse fuori dal binario che stavo percorrendo; un libro dalla pagina che stavo scrivendo, il barattolo del caffè dal libro che stavo leggendo, la mela dal caffè che stavo preparando, il telecomando dalla mela che stavo

mangiando, il terrazzo dalla televisione che stavo guardando e così via. Mi sentivo un po’ come gli orologi molli di Salvador Dalì: squagliata.

Il risultato alla fine della giornata? Fiacchezza e un nulla di fatto.

Ieri mattina mi sono svegliata certa di voler mettere in pratica i suggerimenti di chi aveva potuto verificarne l’efficacia.

Oggi è solo il secondo giorno di implementazione del piano e mi sembra di aver fatto qualche progresso. Riesco, quantomeno, a portare a termine i piccoli progetti che hanno una scadenza giornaliera e a far progredire quelli a lungo termine. L’importante è non avere troppe pretese e giocare al ribasso, abbassando l’asticella quel tanto che basta per essere sicuri che, a fine giornata, avremo completato il lavoro che ci eravamo prefissi.

Nel frattempo sono trascorsi altri giorni che rintoccano tutti uguali e sento di avere bisogno di scompigliare le cose. Sono disposta a convivere con i miei sensi di colpa ogni volta che faccio qualcosa consapevole che, invece, dovrei fare qualcos’altro. Il sole caldo e seducente di queste giornate è un richiamo irresistibile. Non devo trasgredire a nessuna disposizione perché ho la fortuna di avere un terrazzo e lo sforzo di sdraiarsi è minimo come pure quello di alzarsi e riscivolare dentro le cose che dovrei fare.

C’è stato un tempo in cui pensavo che la coerenza fosse la cosa più importante da perseguire, a prescindere; poi sono diventata mamma e allora ho cominciato a capire che la mancanza di coerenza poteva entrare a far parte del mio modo di essere; fino al punto di credere che, a volte, essere incoerente con i miei figli fosse necessario per essere una brava mamma.

In questi giorni ho ripreso in mano il libro Le due città di Dickens perché dovevo scegliere un passo da riportare sul Blog del Gruppo di lettura di cui faccio parte.

Quello che segue non è il passo che ho scelto per il blog, ma quello che ho scelto per questo spazio:

… e tuttavia, fedele alla strana legge di contraddizione che prevale in certi casi, il tempo, pur fiammeggiando così rapido, era lungo.

Da Paola Bombieri

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