Paura. Paura di fare…

Paura. Paura di fare un errore che ti costerà il contagio. E paura che a tirarsi indietro ci si sentirà dei codardi.

La gente che ora ti chiama eroe era la stessa che prima ti considerava un furbetto del cartellino e pensa che ci si sia tutti trasformati, con uno schiocco di dita, in martiri sprezzanti del pericolo.

La verità, semplicemente, è che questo lavoro lo abbiamo scelto e non possiamo fare altro. Ma scelto in tempo di pace, si intende, almeno da questa parte del mondo! I veri eroi semmai sono quelli che da sempre partono volontari per altri paesi, in altre realtà, e che accettano di lavorare in condizioni al limite del civile, in posti da dove se torni mezzo sano è già qualcosa.

A me piace il mio lavoro, e molto. Però nel mio contratto non c’era scritto che avrei potuto rischiare la salute a causa di scelte politiche sbagliate, di omissioni, di cattiva amministrazione.

Non c’era scritto che avrei dovuto scegliere tra la salute di chi assisto o la mia.

Ma comunque non scappi e decidi di accettare il rischio soprattutto perché non ti sembra giusto tirarti indietro mentre altri colleghi restano. Ma, vi sembrerà strano, lo fai soprattutto per quello, per i colleghi intendo, perché se fossi sola e nessuno potesse scoprirlo, correresti a nasconderti come un topo.

Non piace a nessuno mettersi a rischio e, cosa ancora peggiore, mettere a rischio la propria famiglia. E mettersi a rischio per nulla poi, per una mascherina non adeguata, per un camice monouso che manca. Con la consapevolezza tra l’altro che potresti essere proprio tu il veicolo di contagio per le persone che assisti.

È difficile in questo periodo fare le scelte giuste. Ti chiedono di riciclarti in mansioni che non sono tue, dove il margine di errore è altissimo e ti lasciano intendere che puoi anche dire no ma “pensa a tutti quei colleghi in prima linea che non si tirano indietro” … e col senso di colpa ti fregano.

Io non ho risposte e non pretendo di averne, ma non si può salvaguardare i pazienti facendo scelte così sbagliate sia dal punto di vista organizzativo, sia da quello tecnico.

I contagi si sono diffusi anche negli ospedali e noi siamo stati i veicoli inconsapevoli, e di questo, purtroppo, in pochissimi saranno chiamati a rispondere.

La paura che provi quotidianamente ti mette un peso dentro che ti porti dietro ovunque tu sia. Ed è quella paura che poi ti fa diventare rabbiosa verso chi non ha saputo o non vuole capire la gravità del problema. E allora te la prendi con la signora in coda al supermercato che usa la mascherina come fosse un cerchietto per capelli; e con la tua collega che continua ad invitare amici a casa e poi ti guarda male se non vuoi che tuo figlio giochi con il suo; e con i tuoi genitori che pensano che tu sia esagerata ed escono di nascosto, tanto poi mi lavo bene le mani.

Ecco, paura e rabbia, le uniche due parole che mi vengono in mente per questo periodo buio. E sono tanto presenti in me che riescono persino a coprire il piacere che ho sempre provato nello svolgere il mio lavoro.

Ma poi, penso, tutto finirà, è solo un periodo un po’ così, e noi torneremo ad essere solo i furbetti del cartellino, e quel giorno ne sarò pure felice.

Da Paola Da Rin Della Mora

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