L’Italia s’è Destà

30 GIUGNO 2020

Il movimento Black Lives Matter ci ha mostrato che “le vite dei neri contano”… un po’ meno in Italia. Specialmente se donne. La recente disputa sulla rimozione della statua di Montanelli a Milano apre squarci su altre, più problematiche rimozioni – storiche, culturali e di genere – e sulla necessità di avviare un serio dibattito intorno al rapporto tra memoria, spazio pubblico e potere.

di CRISTIANA ZARA

per Laboratorio Obiettivo 5

Di recente abbiamo assistito a giorni di agitazione intorno ai simulacri della storia coloniale disseminati in piazze, parchi e strade di tutto il mondo. Sull’onda della protesta antirazzista di Black Lives Matter, il movimento di disobbedienza civile nato in seguito all’uccisione dell’afroamericano George Floyd per mano della polizia americana a Minneapolis lo scorso mese, in molti paesi si è assistito alla rimozione di statue ritenute emblema dell’oppressione e della violenza razziale. L’agitazione ha raggiunto anche la statua di Indro Montanelli nei giardini pubblici di Milano a lui intitolati, provocando polemiche, levate di scudi e, come spesso accade, nessun vero dibattito culturale. Difatti, calato l’algoritmo social, conclusa la questione. I piccioni di Giardini Montanelli tirano un sospiro di sollievo.

Monumento a Indro Montanelli nei giardini pubblici di Porta Venezia, Milano. (foto di Lauraderiu Wikimedia Commons )

Eppure, mi rimane fissa in testa un’immagine venuta alla mente in quei giorni. Mentre politici e commentatori (l’uso del maschile è intenzionale) s’incatenavano simbolicamente al simulacro del giornalista per scongiurarne l’abbattimento – perché va bene l’antifascismo, il femminismo e l’antirazzismo, ma anche le statue possono sbagliare – non riuscivo a levarmi dagli occhi la visione di una bambina eritrea di 12 anni in piedi davanti al monumento. La bambina è Destà, “regolarmente” comprata, violentata e detenuta come schiava sessuale da Montanelli durante la campagna coloniale italiana in Africa orientale del 1935-36, come da lui stesso raccontato, con toni edulcorati e malcelato compiacimento, in noti stralci di interviste RAI del 1969 e del 1982.

Che cosa penserebbe, proverebbe o direbbe Destà di fronte alla celebrazione pubblica del suo violentatore non ci è dato sapere, perché la piccola storia di Destà non ha voce né (auto)rappresentazione pubblica di fronte alla Grande Storia del dominatore bianco colonialista. Quello che sappiamo di lei ci giunge mediato ancora una volta dallo sguardo patriarcale-coloniale, quello che la vuole sottomessa, docile e grata per cultura e per natura, lo sguardo coloniale che parla “di” e “per” i soggetti subalterni, come ci insegna la critica postcoloniale. O meglio, come ci insegnerebbe se la studiassimo a scuola, se ne fosse intrisa la nostra cultura italiana, se vi attingessero politici, giornalisti e commentatori (di nuovo, in maggioranza uomini) quando discutono – o cinguettano a suon di tweet – su che cosa celebrare della nostra memoria collettiva, su quali storie e personaggi la compongono. Invece, l’altra grande assente in tutta questa faccenda è proprio la critica postcoloniale, quel corpus di studi, dibattiti teorici, movimenti artistici e opere letterarie che in altri paesi ha posto con forza la questione dello sguardo e del potere di rappresentare, ma che in Italia è rimasto marginale, lasciandoci nell’illusione che il nostro fosse un “colonialismo buono” e che le responsabilità individuali fossero assolte dal “contesto” (sempre dato, e poco interrogato), rendendo di fatto possibile la rimozione collettiva di pezzi interi della nostra storia (altro che di una statua). Nella narrazione storiografica dominante, rimossa è la storia delle donne, rimosse sono le storie di resistenza dei popoli colonizzati, rimosse sono quelle di chi si opponeva al “così fan tutti” (Montanelli-spirito-libero non è stato tra loro e a quel pensiero unico ben si è guardato dall’ opporsi). Rimosso è il contributo delle comunità afrodiscendenti alla costruzione del patrimonio e delle identità culturali (al plurale, sì) del nostro paese. La materiale presenza del simulacro pone davvero il problema della rimozione, non solo della sua propria. A fronte delle virtù individuali meritevoli di commemorazione (sancite da chi, dove e quando andrebbe meglio chiarito), le responsabilità morali scompaiono all’ombra del monumento. Montanelli ha sempre rivendicato il suo posizionamento storico – e la violenta asimmetria che porta con sé. La questione allora non è solo chi o che cosa scegliamo di ricordare, ma chi e che cosa scegliamo di mettere su un piedistallo, materialmente e figurativamente. La natura politica e morale di tale scelta diviene immediatamente chiara se guardiamo la statua dalla parte di Destà.

Tuttavia, per guardare la statua dalla parte di Destà, abbiamo bisogno di più pensiero critico postcoloniale e femminista, abbiamo bisogno di dare spazio ad altre rappresentazioni e di coltivare altri sguardi, di ricostruire le genealogie dimenticate della nostra storia. Nuove generazioni di studiose e studiosi, di artisti e artiste, di scrittrici e scrittori italiani, afroitaliani e di diversa discendenza ci stanno aiutando a farlo (in un articolo su Internazionale di qualche anno fa la scrittrice italo somala Igiaba Scego ci indica alcuni di questi autori e autrici). Dello sguardo di ritorno dei soggetti silenziati abbiamo urgente bisogno per costruire memorie e rappresentazioni storiche più complete, veritiere e inclusive. Per esempio, se immaginiamo una scolaresca dinanzi al monumento del “padre del giornalismo italiano” (il mio compianto maestro delle elementari ci insegnava la storia e la geografia davanti ai monumenti della nostra città), dovremmo chiederci quanto e che cosa verrebbe raccontato e che cosa ancora una volta taciuto. E quale idea di “padre” si farebbero i e le giovani discenti. A quale imbarazzo, reticenza od onestà predisporrebbe il monumento di fronte ad una scolaresca che immaginiamo plurisoggettiva e multiculturale, come realmente sono le classi di molte scuole italiane.

Il punto non è Montanelli, le sue virtù e i suoi misfatti. Il punto non è nemmeno la statua. Il punto è il parco, lo spazio pubblico. Il punto è la scrittura dello spazio collettivo con memorie, eredità, identità e valori che sono solo dei soggetti egemonici e non dei diversi gruppi sociali che lo abitano. Il punto è la possibilità che i monumenti diventino luoghi di dibattito pubblico vero su che cosa un’intera comunità identifica come rappresentativo e su chi riconosce come padri – e madri – della propria storia e della propria cultura. Il punto è il poter cambiar di segno degli spazi. Più importante del passato che celebra è che cosa la statua racconta del presente, di noi. Quella di Montanelli –  e la sua tenace  difesa – raccontano della cultura patriarcale ancora profondamente iscritta nel patrimonio (il patri-monio, appunto) materiale e immateriale di questo paese, dalla toponomastica (fate una prova, prendete lo stradario della vostra città e guardate quali vite e imprese sono commemorate), all’inno di Mameli (il più sessista di tutti, secondo un’indagine del quotidiano britannico The Guardian), dove le sorelle scompaiono nei fratelli d’Italia e le uniche presenze femminili sono le schiave che porgono la chioma. Se l’Italia fosse davvero un po’ più Destà, potrebbe forse finalmente destarsi ai valori patri quanto a quelli matri, e la figura di Montanelli ricollocarsi davvero nel giusto “contesto”: un museo del giornalismo, dove probabilmente nessun* lo imbratterebbe di rosa (si veda qui un bel commento sull’episodio della statua colorata di vernice rosa da alcune attiviste femministe a Milano l’8 marzo 2019).

Ad accompagnarci in riflessioni più dotte e approfondite sull’argomento è la brava storica Carla Panico in una recente intervista a Radio Onda d’Urto, che proponiamo di seguito e che invitiamo ad ascoltare per gli spunti di pensiero e lo sguardo alternativo che offre su – e ben oltre – il caso Montanelli.

SULLA RIMOZIONE DELLA STATUA DEL COLONIALISTA MONTANELLI A MILANO – UNA RIFLESSIONE DI CARLA PANICO

Carla Panico è dottoranda di ricerca al Centro di Studi Sociali dell’università portoghese di Coimbra. La presentiamo brevemente attraverso le sue stesse parole, che ci sembrano molto significative e che chiariscono l’approccio scientifico femminista da lei adottato e la necessità di situare i saperi. Da un suo intervento nel blog Il Lavoro Culturale:

‹‹Sono una storica contemporaneista, faccio ricerca nell’ambito delle Scienze Sociali e utilizzo metodologie femministe: cioè, mi occupo principalmente delle emozioni che muovono il mondo intorno a me – a cavallo tra quello digitale ed analogico -, di come esse (ri)definiscano la distanza e l’appartenenza tra esseri umani in movimento; sono convinta che parte integrante del processo di “scrivere le culture” sia anche l’atto fondamentale di situare se stesse, la propria storia, il proprio lugar de fala [luogo di parola]››.

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