Immuni… al cambiamento sociale

6 GIUGNO 2020

Sui balconi dell’app Immuni un’Italia irrigidita negli stereotipi di genere, che ha poco da cantare. Le nuove vecchie normalità di un paese che fatica ad adeguare il proprio immaginario al cambiamento sociale.

di CRISTIANA ZARA

per Laboratorio Obiettivo 5

In questi giorni è montata la polemica sulla scelta delle icone utilizzate per l’app Immuni, l’applicazione per il tracciamento dei contagi da Covid-19 lanciata il 1° giugno in Italia. L’immagine originaria mostra scene domestiche dalla finestra: una donna culla un bimbo in fasce, nella stanza accanto un uomo lavora al computer di notte.

Immagine originaria dell’app Immuni, poi modificata (da immuni.italia.it )

I social insorgono per la rappresentazione sessista, la politica si accoda, interviene la Ministra per le Pari Opportunità, la società sviluppatrice dell’app (Bending Spoons) si scusa e cambia la grafica. Alla finestra vediamo ora una donna che lavora al computer ed un uomo che culla un bimbo in fasce. Forse. Perché in realtà, a ben vedere, la robusta donna in smart working potrebbe anche essere un uomo con i capelli lunghi, così come l’uomo che culla il bimbo potrebbe anche essere una donna con i capelli corti. E il bimbo in fasce, chissà, potrebbe perfino essere una bimba. Oppure l’uno e l’altra insieme.

Icone dell’app Immuni modificate dopo la polemica (da immuni.italia.it)

In entrambi i casi, questa vicenda ci muove alcune riflessioni.

Sulla prima immagine non ci soffermiamo: è così ovvio lo stereotipo, che ci viene perfino a noia doverlo sottolineare. Per fortuna la cosa è stata fatta prontamente notare e vi si è posto immediato rimedio. Quanta fatica, però, dover sempre vigilare su cose che si dovrebbe ormai poter dare per assimilate. In questo presidio continuo dei diritti e delle libertà cui le donne sono chiamate, quanta energia che potrebbe essere impegnata altrove viene impiegata e dispersa? Perciò vien da smettere di credere che sia semplicemente per leggerezza o arretratezza culturale; vien da pensare, piuttosto, che vi sia alla base una precisa strategia della diversione, un consapevole intento ad estenuare, distrarre, deviare e indebolire le forze e la partecipazione delle donne in ogni ambito della vita sociale e politica di questo paese. Evidentemente i grafici e le grafiche di Immuni conoscono bene il loro pubblico: in Italia, anche stando ad una recente indagine ISTAT, gli stereotipi di genere trovano ancora un forte radicamento nel tessuto sociale e culturale. Del resto, se da una parte conforta la mobilitazione che ha portato alla revisione dell’icona dell’app, dall’altra i commenti social che ne sono seguiti, anche quelli più progressisti, tradiscono in molti casi visioni profondamente patriarcali. Dal celebrare il ruolo “naturale” della maternità ascritto alla donna, al denunciare (giustamente) la logica produttiva capitalista che non riconosce equamente diritti e compiti di cura (omettendo tuttavia il profondo legame tra capitalismo e patriarcato che sta alla base di tale mancato riconoscimento), alla valorizzazione del ruolo delle donne nella riproduzione sociale della civiltà europea in crisi demografica, i luoghi comuni, i pregiudizi sessisti e gli sbandamenti etnocentristi che si sono alternati alle rivendicazioni di parità hanno dimostrato che siamo tutt’altro che immuni agli stereotipi di genere.

La seconda immagine lascia un margine di interpretazione. L’uomo con il bimbo/la bimba in braccio e la donna al lavoro. Se l’intento era l’alternanza dei ruoli, la modifica apportata all’immagine dell’app, seppur apprezzabile, semplicemente rovescia il cliché, applicando lo stesso automatismo e gli stessi schemi con cui era stato costruito. Lavoro produttivo vs lavoro riproduttivo –  ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo do? Il fagottino passa da un braccio all’altro mentre la cura e il lavoro rimangono saldamente al proprio posto in stanze separate. A volerci veramente guardar dentro a quelle finestre, un’icona più realistica sarebbe stata quella di donna-in-smart-working-con-bambino. Anche di notte.

Oppure, con un atto immaginativo sovversivo, potremmo scorgere nell’ambiguità della seconda immagine un tentativo di lasciare volutamente aperta l’interpretazione sia dei ruoli che delle identità di genere, attraverso una rappresentazione fluida delle caratteristiche maschili e femminili e delle loro funzioni sociali. A noi piace vederle così le due nuove icone, un po’ meno immuni, e un po’ più contaminate.

In entrambe le immagini, colpisce anche il testo di accompagnamento, che spiega la funzione dell’app, il cui utilizzo è auspicabile per “favorire un rapido ritorno alla normalità”. Non c’è bisogno di essere esperte di semiotica, né di strategia comunicativa e neppure di messaggi subliminali per sapere che parole e immagini viaggiano insieme nella costruzione dei significati. La “normalità” a cui ci si augura di tornare trova una sua immediata (letteralmente, non-mediata) rappresentazione nel quadretto familiare della prima grafica: una serena famiglia eterosessuale, bianca, “verticale” (madre, padre, figlio), della classe media, con una precisa suddivisione dei ruoli di genere: la donna-madre preposta alla cura e al lavoro riproduttivo, l’uomo addetto a quello produttivo, sganciato dalla sua funzione procreativa. Dalla normalità alla normazione (dei corpi e dei generi) il passo è breve. Ed ecco i giusti malumori di chi in questa rappresentazione eteronormativa non si riconosce. Ed ecco il rovesciamento della seconda grafica, che ancora una volta ci piace immaginare ad esito aperto, con un significato di “normalità” soggetto a libera interpretazione. 

Un’obiezione mossa nel dibattito social di questi giorni è l’eccessiva attenzione data ad una cosa così banale come l’icona di un’app. Che sarà mai? Un’immagine come tante. Nemmeno in questo si è toccato apici di originalità: sminuire la portata delle rivendicazioni femministe è pratica ormai consueta. Ne abbiamo continua esperienza nelle battaglie per un uso non sessista della lingua: quante storie per una desinenza maschile o femminile, ci sono disuguaglianze ben più gravi! Ecco, no. Non ci sono disuguaglianze più o meno gravi. Ci sono reti e strutture di disuguaglianza a più livelli, che si intrecciano, si riproducono, sono causa ed effetto. L’una presuppone l’altra. Allora perché interessarsi alla grafica di un’app? Perché (e nemmeno qui c’è bisogno di essere esperte di semiotica) immagini e immaginari si alimentano reciprocamente e producono realtà sociale. Perché ogni testo, parola o immagine che sia, descrive e prescrive allo stesso tempo, produce rappresentazioni che influiscono sul modo in cui ci pensiamo e in cui pensiamo e costruiamo le nostre relazioni sociali. E perché non vogliamo rinunciare all’esercizio del nostro sguardo critico devolvendo ad altri il controllo di quelle narrazioni.

Tra tutti gli immaginari stereotipati mobilitati dalla grafica originaria dell’app Immuni, il più potente è l’identificazione del femminile con il materno. Non solo: con un materno idealizzato, sacrale e rassicurante. Mica con il materno conflittuale di una madre alle prese con la figlia adolescente, per dire. Quella di Immuni 1 è un’iconografia che richiama il topos arcaico della madonna-con-bambino, la sacralità inviolabile del femminile materno. Un’immagine che depotenzia in un sol colpo madre e figlio (figlia?) santificando l’una e mettendo in fasce l’altro. L’una fissata nel santino della maternità, l’altro stilizzato in un bozzolo ai primi stadi evolutivi, privato di voce e soggettività. Nella scena di normalità rassicurante trasmessa dall’icona non sono contemplati la potenza prorompente e trasgressiva né dell’adolescenza, né di un femminile svincolato dal mandato riproduttivo.

Allora quale modo migliore per concludere questa riflessione se non con un suggerimento di lettura che scardina l’immaginario del femminile materno, così profondamente radicato nella nostra cultura. Un immaginario che configura la maternità come fondamento biologico della donna, come elemento costitutivo dell’identità femminile e come istituzione sociale. Così che una donna che si sottragga all’imperativo potente della maternità tradisce in una sola mossa la sua essenza femminile e la società intera. Nell’approfondimento consigliato di seguito, tratto dalla rivista di studi di genere La camera blu, questa idea viene articolata attraverso argomentazioni critiche che stimolano a decostruire le narrazioni dominanti su ruoli e identità di genere.  

Vi proponiamo, in conclusione, un breve estratto dall’articolo, che trovate per intero cliccando il riferimento bibliografico riportato alla fine.

[…] l’esperienza delle donne è vincolata al regime della maternità, un set di aspettative culturali ancorate nella tradizione e tradotte in pratiche legali, politiche e sociali che stabilisce che le donne siano prima di tutto e soprattutto madri. Sono primariamente loro, di conseguenza, che devono rispondere alle istanze del pronatalismo basato su una norma procreativa che stabilisce che le relazioni intime, la sessualità e la più ampia organizzazione sociale siano regolate a partire da un primario, fondamentale imperativo procreativo naturalizzato. Le donne sono chiamate ad assumersi la responsabilità di “rinnovare la popolazione”, al fine di evitare in futuro una carenza di forza lavoro e placare con le loro scelte procreative “le ansietà riguardo alla bio-tecnologia e le migrazioni transnazionali”.

Da: Serri, F., Garau, F., De Simone, S., & Lasio, D. (2019). Childless, childfree o lunàdigas? Sulle scelte non riproduttive come sovversione del femminile. La Camera Blu. Rivista Di Studi Di Genere, (21).

PDF scaricabile qui.

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